13) von Balthasar. Per un nuovo vedere.
Il vedere veramente l'altro significa, nei rapporti umani, non
tanto un fatto meccanico e legato ai sensi, quanto piuttosto un
atto spirituale che noi definiamo con le parole: ascolto,
attenzione, partecipazione alla vita dell'altro, accoglienza. Nel
nostro rapporto con il Signore avviene ci che capita nella vita
di tutti i giorni: il nostro vederlo dipende dalla disponibilit
che abbiamo a lasciarci coinvolgere da lui. Cos nel Figlio, che
manifesta (rende per noi visibile) l'infinito amore del Padre, si
vede la bellezza di Dio lasciandosene coinvolgere.
H. U. von Balthasar, Gloria.

 a) Un vedere Dio attraverso la sua Parola e Immagine - al di l
di tutte le proteste di invisibilit (Gv 1,18; 5, 37s; 6, 46) -
diventa comprensibile per l'uomo soltanto a partire da una
preintelligenza interumana del fenomeno. Questa  doppia anche se
gli aspetti sono congiunti tra loro. Il guardare umano  pi che
soltanto sensitivo-fisiologico, esso pu scorgere (er-blicken) nel
sensibile rapporti spirituali (nello spazio e nel tempo) ed
abbracciarli con lo sguardo (ber-blicken) in unit. Lo pu
soprattutto quando percepisce manifestazioni visibili e udibili di
una persona che manifesta liberamente (soprattutto) se stessa e
quando parlando risponde (an-spricht), positivamente o
negativamente, al suo appello o pretesa (an-spruch). Da un punto
di vista cristiano questa preintelligenza non  da ritenere una
fase previa irrilevante, che anzi la Parola-immagine divina vi si
deve come iscrivere (senza per questo risolversi in essa);
infatti: Chi non ama il proprio fratello che vede non pu amare
Dio che non vede (1 Gv 4,20). Il rapimento nel vedere 
indivisibilmente due cose: amore credente per Ges e in lui per
Dio (Gv 14,1) e attuazione del suo comandamento d'amore del
prossimo (14,15). Il vedere umano-personale vede veramente solo
quando  disposto a farsi come incontro, vedendo, a ci che si
offre al suo sguardo: in questo il vedere personale  anzitutto un
prendere (ver-nehmen) e un ascoltare per poi penetrare
gradualmente, nel comprendere (ver-stehen). Allo stesso modo il
vedere biblico (particolarmente quello giovanneo) ha gradi
molteplici che portano dall'esterno all'interno, dall'incoativo al
compiuto. Si pu vedere Ges esteriormente, come uomo, senza
riconoscere che cosa egli vuole come persona affermare, e tuttavia
il suo dire (12,50) abbraccia tutto quello che si pu udire di
lui e che di lui e del suo operare si pu vedere ed esperire. La
conoscenza che ci si deve conquistare per mezzo suo 
progressiva, dinamica. Se  vero che tutte le manifestazioni
di una persona non la esauriscono mai e inoltre costringono a
prese di posizione a suo riguardo che in seguito ce la fanno
concepire diversamente (pi velata o pi svelata), sar questo
tanto pi il caso dell'autoespressione di Dio in Ges. Inoltre va
tenuto presente che l'automanifestazione di Dio nell'incarnazione
della sua Parola si  fatta visibile una volta per tutte
storicamente nello spazio e nel tempo, e visibile non soltanto
come figura umana ma come azione salvifica legata a tale persona
umana storica. Di conseguenza, ogni vista nel profondo dell'azione
salvifica di Dio  per sempre legata alla letterale vista
storica dei testimoni oculari. Il fatto che essi abbiano visto,
udito, toccato resta, nella sua storicit, la base di ogni
ulteriore percezione da parte della chiesa, per quanto profonda
nella fede e nell'intelligenza. Ma come questa percezione
(Wahrnehmung) - un non-vedere in senso terrestre (Gv 20,29) un
vedere come totale esperienza di fede (14,l9 - si basa
continuamente sulla vista archetipa dei testimoni oculari (1 Gv
1,1-3), cos la vista sensibile dei primi discepoli rimanda, oltre
se stessa (Gv 1,50s), alla spiegazione e alla intelligenza delle
cose viste, il cui presupposto  il non vedere pi colui che
ritorna al Padre (16,7). Come secondo Agostino una proposizione
deve aver cessato di risuonare perch possa essere afferrato tutto
il suo significato, cos anche l'evento salvifico della croce e
della risurrezione deve essere passato perch possa essere
finalmente visto (mediante lo Spirito che spiega) in tutta la sua
vera portata. La vista che i discepoli hanno del Risorto , in
questa linea, mediazione tra rivedere (16,16) e non pi vedere
(in senso terreno), oppure tra una presenza definitiva e manifesta
del Padre e del Figlio (14, 21.23) e una assenza per un poco
(16,16-23), un poco che comprende sia il Triduum Mortis sia, per
la chiesa, la durata del tempo del mondo. A ben guardare
esattamente la cosa, il discorso della presenza nella assenza non
 affatto una dialettica che elimina e trascende ogni immagine e
ogni forma, ma un profondo mistero d'amore dove una
preintelligenza interumana ha qualcosa da dire. Ma questo mistero
 situato oltre l'alternativa tra vista diretta o indiretta.
E' vista indiretta in quanto una persona libera non pu mai essere
guardata se non nella sua donazione di s e pu essere guardata in
modo tanto pi immediato quanto pi lo sguardo si sposta dai
segni (semea) a ci che in essi si segnala. Da qui l'ambiguit
in Giovanni dei (miracoli) segni che possono ammaliare lo sguardo
e cos impedirgli di vedere che cosa in essi si annuncia in
verit. Si deve poter leggere la gloria che appare nei segni in
trasparenza verso il segno d'assoluta validit (della croce),
che non manifesta pi nulla della gloria dei miracoli, ma che in
compenso contiene tutta intera la gloria di cui essi sono alla
lontana i segni. Anche le parole che si formano restano tutte, pur
se in altro modo, segno, allusione, simbolo (16, 25).
Tuttavia, nonostante la sua condizione indiretta, la vista qui 
diretta in quanto in tutto ci che il Figlio , nel suo parlare,
agire, patire (anzi ancor pi: nella persona stessa che si
manifesta), in tutto questo a rendersi visibile non  che il suo
assoluto amore d'obbedienza al Padre. O pi esattamente: nello
spazio di questo amore si rende immediatamente visibile l'assoluto
amore del Padre per il Figlio e per il mondo. Il fare spazio del
Figlio al Padre lo rende sua Parola con l'esattezza propria di chi
riferisce soltanto ci che gli vien detto. Io non ho parlato da
me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che
cosa debbo dire e annunciare... Le cose dunque che io dico, le
dico come il Padre le ha dette a me (12,49s; 7,16; 8,26.28;
15,15). Stessa cosa per le opere e i miracoli: il Padre li compie
nel Figlio (14,10). In colui che fa spazio, in tutto il suo
atteggiamento, si pu vedere ci che lo riempie: l'amore del
Padre. E lo stesso far spazio pu essere visto come amore al
Padre. Le due cose ne interfluiscono al punto che alla fine viene
davvero da pensare che qui non si uniscono in una specie di
comunit operativa due esseri autonomi, ma che entrambi esistono,
oltre ogni origine, in una comunione sostanziale di vita. Vedere
significa dunque complessivamente poter leggere una persona e un
destino come epifania dell'amore assoluto.
b) Quest'amore per non  un oggetto che possa essere contemplato
(e in ci oggettivato) senza compartecipazione. E' visto per
quel che , solo in quanto si  afferrati da lui. L'occhio
naturale pu essere solare per vedere il sole; la vista
dell'amore assoluto invece pu esser resa idonea a tanto solo
dall'amore assoluto. Nel Figlio che si offre, il Padre attira
verso il Figlio quelli che credono a lui, cio che in lui
percepiscono l'amore (Gv 6,44). Nel Figlio inerme innalzato
sulla croce questi stesso attira tutti a s (12,32); tutti gli
occhi, lo vogliano o no, vengono sedotti da colui che  stato
trafitto (19,37). Cos che, prima o poi, in tempo utile o troppo
tardi, tutti riconosceranno che Io sono (8,28).
H. U. von Balthasar, Gloria, Jaca Book, Milano, 1985, volume
settimo, pagine 260-263
